LA FRIDA KAHLO DEI NOSTRI ANNI

Sophia Hadjipanteli: la modella che vuole fare una rivoluzione con il suo monociglio 

Sophia Hadjipanteli è una ragazza cipriota di 22 anni che attualmente trascorre la sua vita portando avanti la carriera di modella e gli studi di marketing presso la Maryland University. Che c’è di strano, vi starete chiedendo. Niente. Questa ragazza però, mentre fa tutto ciò, sovverte i cliché di bellezza e porta avanti una battaglia pro-diversity. Infatti, Sophia, ha una caratterista che la rende unica e bellissima: sul volto angelico, incorniciato da lunghi capelli biondo platino e occhioni celesti non si può non notare il folto e distintivo mono-sopracciglio scuro. 

Sophia Hadjipanteli

Il suo monosopracciglio è un manifesto di diversità e la ragazza ne è fiera al punto da aver trasformato questa sua caratteristica nel suo punto di forza e battaglia personale. Da qualche anno ha fondato l’#unibrowmovement, dedicando un hashtag al movimento che raccoglie tutte le foto di chi non è ossessionato dalla cura delle proprie sopracciglia e non si vergogna di mostrarsi al naturale. Non solo, questo movimento è un modo per dire no alla bellezza convenzionale, stereotipata, la bellezza che ci viene quotidianamente imposta da chi sceglie solo modelle standardizzate, con la carnagione chiara e il corpo magrissimo. 

Sophia, al contrario, ci invita a credere in noi stesse e ad accettarci per come siamo. Sul suo monosopracciglio afferma: “Ne vado orgogliosa. Mi piace il fatto che le mie sopracciglia raccontino delle mie origini greco-cipriote. Sono spesse come quelle di mio padre, mentre la forma allungata è eredità materna. Ma soprattutto mi piace il fatto che facciano parlare, che creino un dibattito sulla diversità”. 

Sophia Hadjipanteli

La modella si batte da sempre per la libertà di espressione, e crede fortemente nel fatto che qualsiasi cosa faccia sentire a proprio agio è degna di attenzioni. Sophia ci insegna che la bellezza sta nella diversità, quindi smettiamo di nascondere i nostri difetti perché sicuramente solo noi li vediamo come tali, mentre potrebbero essere la nostra peculiarità, ciò che ci rende unici e ci distingue dagli altri. I nostri difetti sono ciò che ci rendono belle.

IL CICLO É NORMALE. MOSTRARLO DOVREBBE ESSERLO ALLO STESSO MODO

finalmente è arrivata in Italia la prima pubblicità dove il sangue mestruale è rosso

“Perché viene considerato inammissibile mostrare il sangue delle mestruazioni?

Il ciclo è normale. Mostrarlo dovrebbe esserlo allo stesso modo.”

Questo lo slogan che chiude la campagna pubblicitaria di Nuvenia. La prima campagna pubblicitaria a mostrare il sangue con il colore che ha realmente. Rosso. Finalmente. 

Mi hanno sempre lascia perplessa le pubblicità degli assorbenti perché non mostravano mai il sangue, che veniva invece sostituito con petali o addirittura liquidi blu o verdi, come se le donne con il ciclo fossero qualche strano alieno venuto in visita sul pianeta Terra. Mi lasciava altrettanto perplessa il fatto che nessuno si stupisse di ciò. Mi è capitato di trovarmi davanti alla televisione con altre persone e guardare insieme gli spot durante le interruzioni pubblicitarie. Ogni volta che passava una campagna pubblicitaria che aveva ad oggetto gli assorbenti osservavo chi mi stava vicino. Nessuno si stupiva del fatto che il sangue non ci fosse o che fosse sostituito da strani gel di colori altrettanto strani. Nessuno diceva niente, era normale che fosse così. 

Mi sono resa conto che ci sono dei preconcetti, delle forme di discriminazioni e dei tabù che fanno parte di noi al punto tale da non accorgerci che esistono fino a quando qualcuno rompe gli schemi e li rende palesi agli occhi di tutti. In questo caso quel qualcuno è stata l’azienda Essity, che ha realizzato la campagna pubblicitaria #bloodnormal per Nuvenia. In questo spot non solo viene mostrato il sangue, ma si invitano le donne a superare i classici comportamenti di imbarazzo e timidezza che solitamente mostrano nei confronti dell’argomento: nascondere, ad esempio, l’assorbente prima di andare in bagno a cambiarlo oppure avere il terrore di essersi macchiate i vestiti. Non solo, alcune donne spesso evitano di dire di essere in quel periodo del mese, per evitare commenti del tipo “ah allora è per quello che sei nervosa”.

Probabilmente ogni donna, guardando questo spot, è in grado di riconoscersi in uno dei comportamenti che lo stesso descrive. Bene, guardiamo il lato positivo. Questo spot deve spronarci a cambiare la relazione con il ciclo mestruale: smettiamo di nascondere gli assorbenti quando andiamo in bagno a cambiarli, troviamo il coraggio di ammettere a voce alta, davanti ad amici e colleghi che il mal di testa è dovuto alle mestruazioni e non alla stanchezza. Proviamo a cambiare, perché inizia tutto da noi e dal nostro coraggio, care donne. 

Spot Nuvenia

LOTTA VOLKOVA: LA STORIA DELLA STYLIST PIÙ INFLUENTE DELLA MODA CONTEMPORANEA

puoi partire da qualsiasi punto se hai passione: quella può portarti ovunque, persino tra i brand più importanti 

Lotta Volkova

Lotta Volkova nasce a Vladivostok, in Russia, quando il paese era ancora parte dell’Unione Sovietica. Suo padre era un capitano della marina e ogni volta che tornava da un viaggio era solito portarle un regalo che le trasmettesse qualcosa del luogo in cui era appena stato. Così, lei crebbe conoscendo culture diverse e vestendosi con vestiti che provenivano da diverse parti del mondo, dalla Germania al Giappone.

A 17 anni lasciò il suo paese per trasferirsi a Londra, dove avrebbe studiato “art and design” alla Central Saint Martins. Una volta terminato il suo percorso di studio iniziò a creare i vestiti per se stessa e i suoi amici, e insieme li sfoggiavano nelle serate che erano soliti frequentare a Londra. 

Nel 2004 Lotta Volkova fondò il suo brand di abbigliamento “Lotta Skeletrix”, che strizzava l’occhio allo stile post-punk. Pochi anni dopo si rese conto che probabilmente la strada che stava percorrendo non era la più adatta a lei e ebbe il coraggio di cambiare. Si trasferì a Parigi e si concentrò sullo styling, la sua grande passione. 

La sua carriera decollò molto velocemente e durante un party un amico in comune la presentò a Demna Gvasalia. La sera stessa Gvasalia le mostrò alcune immagini del lookbook di Vetements, brand che il designer aveva fondato poco prima ed era ancora lontano da ciò che conosciamo oggi. Lotta Volkova fu piacevolmente colpita dagli abiti ma lo stesso non si può dire in merito allo styling. Senza troppi giri di parole lo disse a Gvasalia, che prontamente le rispose: “why don’t you stile it then?” (perché non te ne occupi tu, allora?). 

Lotta Volkova e Demna Gvasalia, designer di Balenciaga e Vetements

Oggi Lotta Volkova è la stylist principale del brand Vetements e non solo; in pochi mesi è diventata la main stylist di diversi brand tra i quali Gosha Rubchinskiy, Sies Marjan e Balenciaga. Oltre a ciò lavora come stylist per i magazine più influenti dello scenario indipendente e non solo: System Magazine, Another, Man About Town, Re-edition, Dazed, Vogue Italia, i-D, V Man. Lavora con fotografi di fama mondiale tra i quali Juergen Teller, Harley Weir, Collier Schorr, Jonny Dufort e collabora con brand del calibro di Marc Jacobs e Miu Miu. 

Marc Jacobs Pre-Fall 19

Non male per una ragazza che viene da un piccolo paesino in Russia, e dal nulla, è riuscita a costruire una carriera invidiabile; non credi?

CHROMAT É IL BRAND CHE CELEBRA LA DIVERSITÀ E LA BELLEZZA IN TUTTE LE SUE FORME

il brand amico del pianeta e delle donne del quale vale la pena sapere qualcosa in più 

Chromat è un brand di moda, più precisamente di activewear, fondato nel 2010 da Becca McCharen-Tran. Il team creativo di questo brand è davvero incredibile perché composto non solo da designer, ma anche da scienziati, coreografi e architetti. Ogni collazione, infatti, esplora le connessioni tra architettura, moda e tecnologia e il risultato è un prodotto in grado di enfatizzare il corpo di ogni donna aumentandone le prestazioni. Inoltre, la designer del brand crede fortemente nella sostenibilità e ciò è riscontrabile nelle sue creazioni in quanto per la produzione vengono utilizzati materiali recuperati dagli oceani e tutto il processo avviene in modo sicuro,  etico e sostenibile.

Un altro punto che mi ha spinto a voler sapere di più è che la designer è da sempre molto attenta al tema della discriminazione e al body positive, e i suoi show si fanno portavoce dei cambiamenti in atto nella società, trasformandosi in dichiarazioni d’amore per la bellezza intesa come unicità. In occasione della SS20, Chromat decide di far sfilare la modella e influencer Tess Holliday con un abito lungo bianco e due parole nere a caratteri cubitali: “SAMPLE SIZE”, ovvero “taglie di campionario”. Questo look, ritenuto estremamente provocatorio, mette in discussione le cosiddette “misure standard” usate dagli stilisti e le rinnega: non esistono misure standard; ogni corpo, nella sua diversità e unicità deve essere una “taglia di campionario”.

Chromat SS20, Tess Holliday sfila con l’abito “SAMPLE SIZE”

Qualche anno prima il brand fece sfilare Lauren Wasser, modella che a soli 24 anni fu vittima di uno shock tossico causato da un assorbente interno, in seguito al quale le fu amputata una gamba. In occasione della sfilata la modella solcò la passerella con una protesi d’oro, dimostrando al mondo intero la sua forza e denunciando pubblicamente la sua storia perché potesse essere d’aiuto per altri. 

Chromat SS17, Lauren Wasser

In ogni collezione il brand conferma la sua filosofia e ciò in cui crede, facendo sfilare modelle curvy, magre, androgine, bianche e nere. Ogni anno Chromat si conferma uno dei brand più attenti alla diversità, o meglio, all’inclusività. Che dire, forse altri maison dovrebbero prendere ispirazione dal lavoro di Becca McCharen-Tran e il suo team di creativi, che, tra tessuti riciclati, protesi, “sample-size” e body positive sta rivoluzionando il mondo della moda. 

LA FRAGILITÀ DI BILLIE EILISH È CIÒ CHE LA RENDE DIVERSA E UGUALE A TUTTI NOI

l’artista che a soli 18 anni è in grado di emozionare persone di qualsiasi età, sesso e nazionalità 

Billie Eilish è un’artista diversa dalle altre. È diversa perché a 18 anni ha una carriera invidiabile anche da artiste con il doppio dei suoi anni. È diversa perché non passa giorno in cui non vinca un premio o in cui una sua canzone non superi qualche record di ascolti e streaming. È diversa perché nella notte dei Grammy Awards 2020 ha ottenuto sei diverse candidature e si è aggiudicata cinque statuette di cui quattro nelle categorie principali di album dell’anno, registrazione dell’anno, canzone dell’anno e miglior artista esordiente. Così facendo, è diventata la più giovane cantante di sempre e la prima artista donna in assoluto a riuscire nell’impresa in un’unica notte. 

È diversa dalle ragazze della sua età per i testi delle canzoni che scrive, per la profondità che la caratterizza, per la sua maturità. Viene criticata perché appare sempre triste, perché le sue canzoni hanno spesso uno sfondo malinconico, perché nei suoi testi c’è sempre un’infelicità di fondo. Ho deciso di parlare di lei perché questo è il lato che più mi ha colpito e che più mi lega a questa artista. Credo che il suo seguito sia così vasto anche perché in lei ognuno può trovarsi. La tristezza fa parte della vita di chiunque, e l’unica cosa che si può fare quando questa si manifesta è viverla. Per quanto mi riguarda le sue canzoni sono il luogo perfetto per viverla. Sono, metaforicamente parlando, la cameretta dove poter piangere senza che nessuno lo sappia, senza che nessuno ti veda. La sua musica è profonda, intima, riesce a scavare dentro di te, superare i finti sorrisi e arrivare diretta ai problemi che in tutti i modi provi a nascondere. Le sue canzoni hanno questo effetto su di me, arrivano dirette ai miei problemi e mi aiutano ad esorcizzarli, mi obbligano ad affrontarli. 

È diversa perché nelle sue canzoni non parla di droga, soldi o successo, argomenti dei quali le canzoni in cima alle classifiche di questo periodo sono protagonisti. Billie Eilish scrive e canta di paure, le più intime, di solitudine, degli incubi che ti svegliano la notte e ti impediscono di riaddormentarti.

Billie Eilish, video del singolo “When the party’s over”

Amo la fragilità che la caratterizza e la capacità che ha di mettersi a nudo davanti a milioni di persone che hanno costantemente gli occhi puntati su di lei. L’anno scorso è apparsa in un annuncio di Calvin Klein, in cui ha rivelato di usare vestiti larghi in modo da impedire alle persone di criticare il suo corpo. Il 27 novembre 2018, in seguito alla divulgazione di alcuni video che mostrano la cantante manifestare dei tic nervosi, attraverso Instagram ha dichiarato di essere affetta dalla sindrome di Tourette e di esserne a conoscenza da quando era bambina. In un intervista ha poi affermato: “I tic peggiori non li avete mai visti, perché sono diventata molto brava a sopprimerli in pubblico: ma più li sopprimi, peggio riemergono in seguito”.  

La sua carriera è decollata quando aveva solo 14 anni ma ciò che ha dichiarato di ricordare di quel periodo è ben diverso da ciò che ci si aspetta di sentire da una ragazza che in così giovane età riesce ad avverare il suo sogno. 

È strano. Quanto tutti pensano a Billie Eilish a 14 anni, pensano alle cose meravigliose che sono successe. Ma tutto quel che ricordo io è quanto ero infelice. Ero totalmente sconvolta e confusa. Dai 13 ai 16 anni è stata dura, sono passata attraverso una fase di autolesionismo e depressione. Pensavo di meritare di sentire dolore.” 

Le dichiarazioni che fa, i testi che scrive, le sue canzoni hanno la capacità di lasciarmi senza parole. 

Vi lascio con una canzone da ascoltare. Ascoltatela quando avrete dei problemi da risolvere, fatelo quando sarete stanchi di cercare di nasconderli e sarete pronti ad affrontarli.

MYSS KETA ALLA GUIDA DELLE RAGAZZE DI PORTA VENEZIA

la rapper eclettica ci insegna come andare oltre le apparenze, oltre le maschere 

Nome d’arte: Myss Keta. Un nome curioso, strano, anticonformista e sicuramente non convenzionale. Un nome adatto al personaggio che l’ha scelto perché capace di rappresentarlo. A primo impatto sicuramente un nome che contiene un rimando ad una droga non può che suscitare pensieri negativi. Chi sceglierebbe di chiamarsi come una droga? Sicuramente nessuno di particolarmente intelligente, starete pensando. Sarò sincera, l’ho pensato anche io. Ma come in tutte le cose è bene non fermarsi all’apparenza, perché scavare nelle cose e cercare di capirle è sicuramente più interessante e costruttivo. Così ho deciso di farlo anche con questo personaggio, e spero lo facciate anche voi continuando a leggere. 

Myss Keta inizia ad essere conosciuta nel 2013 quando pubblica il suo primo brano: “Milano, Sushi e coca”. Il singolo viene visualizzato in poco tempo migliaia di volte e divide il pubblico. Infatti, seppur riceva da subito diversi apprezzamenti, la maggior parte del pubblico non ne comprende il messaggio e lo critica aspramente. 

Dopo un anno Myss Keta pubblica il secondo singolo: “Illusione distratta”. Come nel primo videoclip, anche in questo la cantante sceglie di non mostrare il volto. Questa scelta si consolida ulteriormente l’anno successivo, con il singolo “Burqua di Gucci” dove la rapper appare con un burqua che le copre interamente il volto. Tale accessorio diventerà il tratto distintivo della cantante, che lo conserverà anche negli anni successivi. L’artista ha dichiarato di aver indossato la maschera per la prima volta quando uscì il singolo ”Milano, Sushi e coca” perché in quel momento non voleva associare la sua faccia a quello che era un inno generazionale, in seguito ha continuato ad indossarla perché fermamente convinta del fatto che cantare a volto coperto le permetta di parlare liberamente di qualsiasi cosa. Per questo motivo, a causa del suo totale anonimato, della sua vita privata non si sa praticamente nulla. Devo ammettere che questo aspetto è stato ciò che inizialmente mi ha fatto apprezzare questa cantante della quale sapevo ben poco. In un momento dove chiunque scrive il proprio nome a caratteri cubitali, dove i social sono pieni di foto di volti assetati di fama e successo, dove la riservatezza è vista come qualcosa di strano, in un mondo dove chiunque vuole emergere ho apprezzato la sua voglia di anteporre il messaggio alla personalità, al gossip e a tutto ciò al quale ci stiamo purtroppo abituando. 

Myss Keta

Un’altra cosa che ho apprezzato e che mi ha spinta a scrivere di Myss Keta è il suo progetto “le Ragazze di Porta Venezia”. Nel 2015 uscì un video in cui sei ragazze, capitanate dalla mascherata Myss Keta, sfilavano tra i bastioni di Porta Venezia cantando e portando il messaggio del “girl power”. Da allora sono cambiate diverse cose, ma il messaggio è rimasto lo stesso, semplicemente è più forte, più grande, condiviso da più persone. Le Ragazze di Porta Venezia sono diventate 40 e il nuovo video è il risultato di questi quattro anni e prende il nome di THE MANIFESTO. Le 40 ragazze hanno lo scopo di creare uno spazio libero da pregiudizi, luoghi comuni e inutili perbenismi. Poco importa se indossi un velo, gli occhiali o un boa verde. Poco importa se hai una gonna o dei pantaloni. O se hai i capelli rosa, azzurri o viola. Ciò che conta è il messaggio: essere se stessi significa liberarsi dalle gabbie che la società ci impone e le ragazze di porta Venezia ci mostrano quanto sia bello essere se stesse, essere libere. 

Le ragazze di Porta Venezia

Myss Keta descrive questo progetto con queste parole: “il messaggio è uno dei nuclei dell’universo di MYSS quindi le ragazze di Porta Venezia rappresentano il melting pot culturale di Porta Venezia, la queerness di Porta Venezia, rappresentano la libertà di fare quello che si vuole, rappresentano la possibilità di fare quello che si vuole.”. Al suo grido si sono unite altre artiste: La Pina, Roshelle, Victoria Cabello, Martina Dell’Ombra, Noemi, Paola Iezzi e Sofia Viscardi, Cristina Bugatty, Stephanie Glitter e molte altre. Un gruppo unito, eterogeneo che canta in un solo coro:

“Siamo le ragazze

Di Porta Venezia

Regine della strada

Tu portaci rispetto

Io non ho pazienza”. 

Questo progetto è la sintesi del lavoro di Myss Keta; quello vero, quello che solo chi decide di non soffermarsi all’apparenza riesce a cogliere. 

Forse dovremmo sentirci tutte delle ragazze di Porta Venezia.  

emancipazióne

 s. f. [dal lat. emancipatio –onis; v. emancipare].

L’azione e l’effetto dell’emancipare, dell’emanciparsi, dell’essere emancipato: edegli schiavidei servi della gleba, delle donnechiedereconcedereottenere l’e.; eda una schiavitùdalla tirannideda una soggezionedalla tradizione; in senso più ampio, nel linguaggio sociale e politico, il processo attraverso cui un popolo si libera da un sistema oppressivo, o una classe sociale si sottrae a una soggezione, a una situazione subalterna e ottiene il riconoscimento dei proprî diritti. Edella donna, parificazione della donna all’uomo nei diritti civili e politici (ma anche, più generalmente, liberazione da quei pregiudizi e quelle convenzioni che limitano la sua libertà e la sua autonomia).

ABOUT ME

Ciao!

Mi chiamo Alice, ho 21 anni e vivo a Milano. 

Mi piace leggere e mi interessa l’arte ma le mie più grandi passioni sono la moda e la musica. 

Il mio blog è uno spazio tutto al femminile. 

Nasce con lo scopo di celebrare le donne, con un attenzione particolare nei confronti delle artiste emergenti. Si occupa dei problemi che le donne devono affrontare quotidianamente e li denuncia. 

Il mio blog è un inno alle donne e alla loro forza.

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